di Davide Panza, cmo e cofondatore di MDE

La settimana scorsa mi è capitato di conversare durante un piacevole aperitivo con una persona che con i podcast ci lavora a livello professionale. Tra un bicchiere e una patatina, siamo finiti a parlare di quante società oggi dichiarino che «fanno podcast» e di quante persone dicano o scrivano di essere «podcaster».

Le due posizioni, per me, hanno un denominatore comune: alla fine ottengono un file audio .mp3.

Mi soffermo questa volta non sul mio lato, quello business, ma sul perché una persona decida di registrare e pubblicare un “suo” podcast. Durante quell’aperitivo ho detto che «oggi il podcaster vuole essere il nuovo influencer». Questa sembra essere la conseguenza del sistema aperto, senza barriere, assolutamente democratico che il mondo del podcast offre a tutti.

Ed è molto semplice in effetti: se voglio raccontare un argomento su cui penso di essere preparato e/o avere qualcosa da dire, devo solo iscrivermi a una piattaforma di podcast (gratis), registrare il mio contenuto (gratis), utilizzare un software di editing (gratis) e pubblicare il feed sulle piattaforme di ascolto (gratis). Ed ecco che “il post”, in genere lungo qualche riga, diventa un podcast di vari minuti, con più episodi e con lo stesso spazio, la stessa visibilità, la stessa dignità di una produzione autorale costata magari decine di migliaia di euro.

Perché lo faccio? Tralasciando una certa vanità, figlia della User Generated Content di questo decennio, probabilmente perché spero che qualcuno ascolti il mio podcast, gli piaccia quello che faccio e che mi offra una qualche collaborazione. Una sorta di personal marketing.

Problema del podcast vs social: il mio podcast non va in giro, non finisce nelle pagine dei follower, nessuno sa che esiste se non lo promuovo e anche quando qualcuno lo dovesse scoprire (almeno un post lo farò sul mio profilo social), deve andare ad ascoltarlo sulle piattaforme. Morale: molte molte meno probabilità che il mio lavoro emerga in qualche modo.

Problema del mercato: quel podcast occupa uno spazio, esiste e rimane sulle piattaforme per sempre, andando ad alimentare il serbatoio senza fondo dei contenuti presenti con un dubbio valore (guardate i tassi di pubblicazione su Apple Podcast con quasi l’80% dei podcast inattivi). Non è un post che passa e va, non è una stories che vive per 24 ore.

Quella del podcaster può essere o diventare una professione. Ma come tale va presa. Ben vengano i corsi o le Academy specifiche. Però, come dico io ai ragazzi a cui ho il piacere di insegnare ai Master, «registrare un file audio è semplice, realizzare un progetto di valore cogliendo un obiettivo specifico non lo è affatto» e, come dice sempre Mirko Lagonegro, «un podcast deve piacere a chi lo ascolta, non a chi lo produce».

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