J-Ax: «L’umorismo disinnesca il male»

C’è un’illustrazione, firmata da Asher Perlman per il New Yorker, diventata virale negli ultimi giorni: raffigura un dj in una discoteca a cui viene chiesto di riprodurre un podcast true-crime come se fosse un tormentone da ballare. Racconta benissimo quella che è una tendenza che coinvolge milioni di ascoltatori sin dall’uscita del primo episodio di Serial (che peraltro è tornato con la serie The Trojan Horse Affair, prodotta con il New York Times, sul caso di un estremista islamico infiltrato in una scuola di Birmingham), ovvero il fascino per le storie di crimine raccontate in audio. In Italia, le voci di Pablo Trincia, di Matteo Caccia o di Francesco Migliaccio sono ormai in loop nelle orecchie di numerosi amanti dei podcast, assieme ai suoni tensivi e alla ricostruzione in stile thriller di casi irrisolti della cronaca nera. Il true-crime sta al podcast come il reggaeton alle playlist radiofoniche estive.

J-Ax, da solista o in compagnia dei mitici Articolo 31, di successi ne ha firmati nel corso della sua carriera. Poi, durante il lockdown del 2020, ha deciso di mettersi al microfono non per cantare, ma per raccontare e ridere dei misteri più efferati della storia italiana. Quella che compie il rapper milanese con Non aprite quella podcast (🎧Spotify) è un’operazione in chiave parodica: la serie, prodotta da Willy l’Orbo Studio, progetto dello stesso Alessandro Aleotti, e Spotify Studios, racconta casi come quello dei Bambini di Satana o del Mostro di Bolzano non come siamo abituati con le produzioni di maggior successo. Non ci sono testimonianze scottanti, voci di processi e tappeti sonori ricchi di pathos. Le puntate hanno un approccio da talk-radio con il giornalista Matteo Leonardon che narra le vicende e J-Ax e il produttore Pedar che lo affiancano con battute e commenti sarcastici. A volte ci si scandalizza, altre si ride di gusto, a patto che si accetti il black-humor.

J-Ax, contattato telefonicamente, racconta a Questioni d’Orecchio di «essere un’amante dei true-crime»: «Ascolto molto Demoni Urbani (🎧 Spotify | Apple Podcasts | Spreaker) ma soprattutto Dpen Crimini (🎧 Spotify | Apple Podcasts | Spreaker), fatto da solo da questo ragazzo che fa dirette su Twitch e poi le porta registrate in podcast. Mi fa impazzire questa roba che saluta gli ascoltatori mentre racconta i crimini. Fa molte ricerche, è un lavoro intelligente. E fa anche ridere. Durante il primo lockdown – continua J-Ax – tra le cose che si potevano fare c’era quella di ascoltare i podcast. Mi piace in particolar modo uno stile di raccontare i crimini da parte di alcuni host americani e inglesi che evidenziano gli elementi assurdi e scherzosi delle vicende criminose. Un modo per rovesciare la narrativa che mitizza i serial-killer. Che, in realtà, sono degli sfigati. Ho provato a coinvolgere Matteo e Pedar, con cui condivido la passione per lo humor nero, per la realizzazione di qualche episodio prima che arrivassero alle orecchie di Spotify».

Da sinistra, Matteo Lenardon, J-Ax e Pedar

L’approccio è ironico anche in Non aprite quella podcast. Come quando, nel primo episodio, Matteo, Alessandro e Pedar si prendono gioco di Marco Dimitri, sacerdote a capo di una presunta setta satanica, incarcerato per 400 giorni nel 1996 a Bologna,  prima di vedere riconosciuta la sua innocenza. Una storia vicina, per dinamiche e località geografica, a quella dei Diavoli della bassa modenese, raccontata da Pablo Trincia e Alessia Rafanelli in Veleno (🎧 Spotify | Apple Podcasts). Ai tre del podcast prodotto da Spotify Studios non interessa indagare e ricostruire giornalisticamente – del resto non è un lavoro di inchiesta – ma coprire con un velo di ironia vicende che molti ascoltatori già conoscono. «L’aspetto più drammatico della vicenda dei bambini di Satana – prosegue J-Ax – è la distruzione della vita di una persona come Marco Dimitri. Se si difende la libertà di religione, bisogna farlo per qualsiasi tipo di credo, anche per chi si proclama satanista. Non c’era uno stralcio di prove in quella vicenda. Mi ha fatto ridere un passaggio del processo in cui un testimone accusava Dimitri di avergli attaccato la “licantropia”. Assurdo. Oppure quando la pm va con la polizia in casa di un marchese la cui moglie definisce il pubblico ministero una “stracciona”».

Anche nel secondo e terzo episodio, dedicato al Mostro di Bolzano (alias Marco Bergamo che, tra il 1985 e il 1992 uccise cinque donne), non mancano aspetti eclettici su cui i tre ironizzano. Ma questa «è una vicenda che, in realtà, è meno ridicola», aggiunge J-Ax. «Noi sfottiamo molto Marco Bergamo che è fissato con una Seat Ibiza». E poi «si ride esclusivamente con il caso di Zanfretta, rapito dagli alieni. Scegliamo storie che forse gli italiani hanno dimenticato». Il recupero di casi irrisolti è una dinamica centrale nel true-crime che spopola non solo nei podcast, ma anche in tv, con le docu-serie, e nella narrativa, come ha dimostrato il successo de La Città dei Vivi di Nicola Lagioia (Einaudi, 2020), diventato poi un podcast per Chora. Mi è sempre interessato capire perché questo tipo di racconti potessero affascinare il pubblico, compreso me che ho scoperto il mondo del podcasting partendo da Serial. J-Ax ha la sua idea: «L’uomo è attratto dal male. C’è chi non lo contempla e vuole capire come possono altri essere umani arrivare a compiere atti così violenti. Io sono innamorato della sottospecie del true-crime che mischia cronaca e humor. L’umorismo è una grande arma per disinnescare il male e la paura».

Se il podcast all’inizio mi aveva sorpreso negativamente, perchè mi sembrava ridere di tragedie, dopo aver ascoltato la chiave di lettura di J-Ax, mi sono parzialmente convinto delle potenzialità di Non aprite quella podcast. Forse, in un oceano di podcast che turbano l’ascoltatore, lo scuotono e lo spaventano, una serie che sottolinea gli aspetti surreali delle vicende può funzionare come diversivo. E gli ascoltatori sembrano apprezzare questo taglio umoristico: «Ci scrivono facendo delle battute. C’e gente che crea meme relativi alle puntate, è nata una piccola community che ha capito lo spirito della serie».

J-Ax, al secolo Alessandro Aleotti, è nato nel 1972 a Milano. Oltre a “Non aprite quella podcast” ha partecipato al podcast “Metallaria” di Guido Brera, prodotto da Chora

A J-Ax, che è noto soprattutto per il suo impatto sul mondo della musica, ho chiesto di commentare la vicenda di Joe Rogan. Illustri colleghi del rapper, come Neil Young, Joni Mitchell e il chitarrista Nils Lofgren, hanno abbandonato Spotify (che distribuisce in esclusiva Non aprite quella podcast) dopo aver accusato l’host più popolare del podcasting di disinformazione sulla campagna di vaccinazione (qui la storia punto per punto). «Capisco il gesto di Neil Young – dice J-Ax – però a questo punto noi italiani non dovremmo fare più niente. Chi appoggia questo movimento di boicottaggio sui social dovrebbe eliminare i propri account perché Joe Rogan è anche su Facebook. La colpa non è di Spotify ma di Joe Rogan. Anche su Netflix c’è Dave Chapelle che ha fatto arrabbiare tanta gente ma non vedo persone togliersi dalla piattaforma di streaming video. Lo spiego meglio: se Rogan avesse pubblicato il suo podcast su Cd, io avrei dovuto smettere di mettere la mia musica su quel formato? Spotify è un contenitore*. Il discorso è un altro: se ho bisogno di informazioni sulla salute, ascolto un podcast di un medico, non bado a ciò che dice un comico».

Allo stesso modo, forse, a chi vuole immergersi seriamente nei casi più eclatanti della cronaca nera, non consiglierei Non aprite quella podcast. Ma per chi vuole allentare la tensione, alimentata dalle numerose serie di crimine in giro nel mondo dell’audio, il progetto di J-Ax è un’ottima soluzione.

*P.s. by Andrea: no, Spotify non è un semplice contenitore. Nel momento in cui ha scelto di pagare Joe Rogan 100 milioni di dollari per distribuire il suo podcast in esclusiva ne è diventato anche l’editore (leggete quiqui e qui per approfondire questo concetto – secondo uno studio il 40% degli statunitensi e il 53% dei canadesi pensa che Spotify dovrebbe esercitare un controllo editoriale sui contenuti controversi che ospita)

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