Mai sottovalutare il potere di un’ossessione

«I presupposti per fare una cosa bella c’erano tutti. Ogni anno dalla Scuola Holden passano migliaia di studenti e centinaia di professori che sono anche professionisti, oltre a tutti i talent e gli ospiti. È un bacino creativo incredibile a cui girano intorno molti clienti». A parlare è Federico Favot, un uomo che ha fatto della propria passione per la narrazione una professione e che ama declinare la propria professionalità in modo eclettico. Tra i molti mestieri che svolge ci sono lo sceneggiatore di film e serie tv, il formatore, il podcaster, il consulente creativo e l’imprenditore (ha aperto tre aziende, di cui è sopravvissuta una, e sta lavorando per creare una scuola online rivolta ai bambini).

Da qualche tempo Favot, nato nel 1976 in Friuli (dove vive tuttora dopo vent’anni a Roma), è anche Head of podcasts di Holden Podcast, progetto a cui ha lavorato nell’ombra per mesi e che ha annunciato ufficialmente a inizio febbraio su LinkedIn («ho subito ricevuto decine di email di persone interessate»). Si tratta della casa di produzione di podcast di Holden Studios, che è a sua volta l’agenzia creativa della Scuola Holden (scuola di storytelling creata nel 1994 a Torino da un’idea di Alessandro Baricco).

Schemino fatto da me (lo so, scrivo come una bambina delle elementari)

Il legame di Favot con la Holden è iniziato oltre vent’anni fa, quando l’ha frequentata da studente. «Mi ero diplomato in ragioneria e avevo un lavoro a tempo pieno in uno studio grafico, ma il mio sogno era fare lo scrittore. Dopo un incidente in auto mi sono reso conto che non ero felice e così ho venduto tutto e sono andato a Torino con una borsa di studio», ricorda, laconico (a proposito, vi consiglio davvero di guardare il suo Ted Talk). Oggi alla Holden ci insegna. Inoltre collabora con Holden Studios, aiutando le aziende a raccontarsi.

Nel mondo dei podcast, invece, ci è entrato nell’autunno 2019, quando l’amico Edoardo Scognamiglio gli ha telefonato per raccontargli un’idea: quella di un podcast a tema creatività. E così è nato Hacking Creativity. «Da lì ho iniziato ad ascoltare sempre, podcast di tutti i tipi. E ho fatto tanta palestra. Con Edoardo ho realizzato anche parecchie cose per altri, su commissione», mi racconta Favot.

Come capita a molte persone dopo averli scoperti (me inclusa), presto i podcast sono diventati la sua ossessione. «Ne parlavo con tutti, anche alla Holden. Finché la scuola non ha accettato il mio invito ad aprire una sezione dedicata». Holden Podcast approccerà tutti i generi del podcast («incluso quello fiction – il più complesso, forse: in Italia gli esempi sono pochi e non riuscitissimi») e lo farà all’interno di tre filoni: branded, originals prodotti con investimenti interni e originals commissionati da terzi. L’ambizione è fare anche podcast internazionali, in inglese.

Ancora una linea editoriale precisa non c’è, anche se in generale «la Holden ha l’attitudine a fare le cose con uno sguardo sul mondo leggermente diverso dal solito». La parola d’ordine è qualità. I primi progetti – tra cui uno per una ong e un format interno – usciranno entro l’inizio dell’estate. E ci sono già stati gli approcci di vari brand. Inoltre in futuro verrà dato spazio anche al racconto della scuola.

«Vedremo come reagisce il mercato e sistemeremo in corsa. Per questo primo anno daremo priorità alla ricerca, alla creatività, alla formazione», spiega Favot. «Vogliamo costruire basi solide e poi accelerare. Non abbiamo una road map stretta. Tra l’altro, ogni podcast è diverso: alcuni si fanno in poco tempo, altri possono richiedere fino a un anno. In ogni caso abbiamo degli obiettivi interni: quanti podcast produrre nei primi tre anni, quante risorse coinvolgere… Abbiamo la fortuna di essere nella pancia di una struttura solida che funziona. Non siamo una startup stand-alone».

Un altro aggettivo che Favot usa in riferimento alla struttura in cui si muove Holden Podcast è «liquida»: «Possiamo allargare o restringere i team in base alla mole di lavoro». Ma da chi saranno composti questi team? «Ci sarà un mix tra figure junior e figure senior tipo me, a garanzia della realizzazione del lavoro, con studenti ed ex studenti della Holden», chiarisce Favot. «La scuola tra le sue missioni ha quella di formare le persone e di introdurle nel mondo del lavoro, coinvolgendo i più bravi in ogni progetto che si trova ad affrontare. Gli studenti talentuosi vengono chiamati e retribuiti per lavorare. È circolo virtuoso che risponde a un’idea di restituzione».

D’altra parte, per quanto riguarda sound designer e montatori audio la Holden probabilmente non ha grandi risorse da cui attingere. Per questo motivo nelle prossime settimane verranno realizzate delle masterclass gratuite, rivolte soprattutto agli ex studenti, per cercare e formare una figura tanto rara quanto preziosa: quella dell’autore che è anche in grado di montare.

In generale la Holden sta mettendo in campo una serie di corsi dedicati ai podcast. Qualche tempo fa è stato fatto un esperimento con StorieLibere.fm ed esiste già un corso per la scrittura per i podcast tenuto da Massimiliano Coccia. «Vorremmo partire con dei training camp, dei corsi intensivi da seguire nei weekend per fare lavorare gli studenti su un progetto concreto da sottoporre a un panel di produttori come Spotify, Audible o Chora», spiega Favot.

Federico Favot, nato nel 1976 in Friuli, è l’Head of podcasts di Holden Podcast

Chiedo se vedono Chora come un competitor. La risposta che ricevo mi pare molto intelligente. «No, semmai potrebbero essere dei partner, delle ispirazioni. Per me tutto quello che crea qualità nel mondo dei podcast italiano è una cosa da abbracciare, qualcosa per cui esultare, perché contribuisce a creare un mercato che è agli inizi».

Chora, la realtà editoriale di podcast diretta da Mario Calabresi, è proprio una di quelle a cui Favot dice di essersi ispirato: «Abbiamo analizzato da fuori la loro struttura, come si muovono, che approccio hanno al mercato». Dietro a Holden Podcast infatti c’è un attento studio delle principali case di produzione, nazionali ma anche internazionali, come Wondery e Gimlet Media. «Entrambe sono state acquisite da grandi player (da Amazon la prima, da Gimlet la seconda, ndr)», commenta il responsabile di Holden Podcast. «Ecco, il nostro obiettivo non è essere comprati. Ma creare prodotti per raccontare storie. E in questo senso le potenzialità dei podcast non sono ancora state messe completamente a fuoco».

Tra le aspirazioni di Holden Podcast c’è poi quella di dare vita a delle intellectual properties originali. «I podcast possono diventare altre cose, come nel caso di Veleno (diventato sia un libro sia una serie tv, ndr). Le case di produzione cinetelevisive potrebbero essere invogliate a testare le loro IP attraverso i podcast, che richiedono cifre più basse e permettono di costruire micro community e di raccogliere recensioni. Per poi andare dal broadcaster, fare sentire il podcast e proporre di farci un film o una serie», osserva Favot. «Negli Usa i commissioner vanno a fare scouting direttamente nei podcast per capire se la storia funziona – tra gli esempi ci sono StartUp e Homecoming. È un modello di business che vorrei capire come far funzionare: bisogna scrivere, recitare, montare stando in budget ridicoli. Edoardo [Scognamiglio] dice che il podcasting è come YouTube 10 anni fa: si intuiva che il primo che si fosse seduto lì avrebbe potuto avere più chance di fare qualcosa, il modello di business si è affinato nel tempo. Il podcast potrebbe diventare una cosa del genere. La strada è tutta da tracciare».


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