Al momento uno dei temi più caldi nel settore dei podcast è quello dello sviluppo della proprietà intellettuale. Ne ho parlato con Michele Rossi, Head of Publishing & IP development di Chora

 

Sono ormai parecchi gli elementi che indicano quanto quello dei podcast sia un settore in fermento. Uno dei più interessanti senza dubbio riguarda lo sviluppo della proprietà intellettuale. Ossia, tutte le attività che – attraverso accordi vari e la vendita dei diritti – mirano a trasformare l’idea o la storia al centro del podcast in qualcos’altro. Principalmente, a tradurre quella storia o quell’idea in altre lingue o ad adattarla ad altri formati o media come libri, serie tv, spettacoli teatrali e persino Nft.

Da qualche tempo le potenzialià offerte da tutto ciò che riguarda lo sviluppo della proprietà intellettuale (la sigla in inglese è IP, intellectual property) sono state colte anche delle società di produzione di podcast italiane. Chora, strategicamente, sin dalla sua nascita alla fine del 2020 ha deciso di dedicare alle questioni relative all’IP una persona specifica. Sto parlando di Michele Rossi, Head of Publishing & IP development. Per quanto ne so, al momento nessun’altra azienda di podcasting in Italia ha previsto una figura simile.

OBIETTIVO SPILLETTE
«Quello dell’IP è davvero un tema caldo», mi conferma Michele, reduce da un panel al Salone del Libro di Torino intitolato Word of Mouth. Podcasts and publishing. Bringing people to books. «È venuta fuori la domanda “Che cos’è un podcast?”. Io oggi non lo so cos’è un podcast, e non lo voglio nemmeno sapere. Per me si tratta di connettere i puntini, di immaginare per ogni podcast un documentario, uno spettacolo teatrale, un libro. Fino ad arrivare a fare le spillette, il merchandising. In questo senso Chora è un’hub creativo più che un produttore di podcast».

Michele Rossi è nato nel 1977 in provincia di Perugia. Laureato in scienze della comunicazione con un master in editoria, dopo uno stage in Meltemi a Roma e uno in Einaudi a Torino nel 2002 è entrato in Rizzoli come redattore a progetto, fino a diventare il responsabile della narrativa italiana. Dal 2020 lavora a Chora Media e attualmente il suo ruolo è Head of Publishing & IP development

 

Seppur in modo informale, Rossi aveva già iniziato a occuparsi di proprietà intellettuale quando lavorava a Rizzoli, dov’è arrivato nel 2002 e dove ha fatto tutta la gavetta fino a diventare responsabile della narrativa italiana. «Con Silvia Avallone feci il tour di tutti i grandi produttori cinematografici italiani per vendere i diritti di Acciaio (il romanzo d’esordio di Avallone, ndr), senza che avesse nemmeno finito di scrivere il libro. Fu una scommessa, allora non esisteva ancora la cultura per cui un autore sconosciuto potesse diventare la priorità per un editore. Incredibilmente, vendemmo i diritti cinematografici prima dell’uscita del romanzo, a Carlo Degli Esposti della Palomar», mi racconta Michele. «Acciaio attirò l’attenzione sia del mondo del cinema sia di quello dell’editoria. Serena Dandini volle Silvia nella sua trasmissione. Le 5300 copie della prima tiratura del romanzo finirono in due giorni e Silvia arrivò seconda al premio Strega (nel 2010, ndr) pur vendendo più del vincitore, Antonio Pennacchi. Avevamo gettato le basi per un pensiero trasversale».

TALENT SCOUTING
La scrittrice piemontese è una dei numerosi autori scoperti dallo stesso Michele Rossi, insieme a Pierluigi Cappello e Guido Catalano – solo per citarne un paio. E Rossi è anche colui che ha portato alla vittoria del premio Strega e, di conseguenza, alla notorietà nomi come Edoardo Albinati e Walter Siti. «Nessuno mi ha mai chiesto di trovare autori nuovi, non era il mio ruolo. Ho iniziato a farlo e basta. Cercavo i contatti e chiamavo. L’ho fatto con Gianrico Carofiglio e Federico Moccia tra gli altri».
E continua a farlo tuttora, individuando personaggi più o meno conosciuti per realizzare podcast. Per esempio, ha portato a Chora gli stessi Catalano, Siti e Carofiglio (rispettivamente con Amare male e Amare a marzo, Perché Pasolini? e La disciplina di Penelope), ma anche Nicola Lagioia (La città dei vivi). E ha avuto l’intuizione di coinvolgere Sabrina Efionayi (Storia del mio nome), Cristina Di Canio (La libraia tascabile) e Mattia Stanga (Sei Stanga?). «Sto provando ad addestrare la mia ricerca verso le esigenze proprie della natura dei podcast, che tra le altre cose richiede una voce di un certo tipo».

LE METAMORFOSI
Quello di Stanga, spassosissimo tiktoker bresciano (❤️️), è il «primo podcast della TikTok generation», un esempio riuscito di podcast condotto da un’influencer. È un’operazione che in molti stanno provando a fare ultimamente, non di rado con risultati scarsini (ne avevo scritto qui). La stessa strada viene percorsa da tempo nel mondo dell’editoria. Ai tempi di Rizzoli Michele Rossi lo aveva fatto con Elisa Maino. Anche in quel caso gli era andata bene. «Quando acquisimmo i diritti per il libro (#Ops, ndr) lei non era ancora così famosa. Per promuoverlo organizzamo un tour, sostenuto da uno sponsor, e poi vendemmo i diritti televisivi a un produttore romano. Quel tour oggi è disponibile su Amazon Prime Video come documentario. Insomma, l’idea di trasformare le storie in altro c’era già».

È stata proprio quell’idea, un istinto innato verso le metamorfosi a spingere Michele a decidere di lasciare Rizzoli per accettare la proposta di Chora, «una startup che assomiglia al bar di Guerre Stellari, composta da un insieme di mostri unici e speciali, da professionilità che altrove probabilmente non si sarebbero mai incontrate: il nostro è un lavoro di squadra continuo, ed è molto stimolante. Qui faccio l’editor come avrei sempre voluto fare. Posso prendermi il lusso di sperimentare, per esempio puntando su nomi sconosciuti. Mi piacerebbe che i prossimi siano inaspettati, che vengano da luoghi a cui non pensavo nemmeno io. Tra l’altro i ricavi di solito non si fanno sugli autori che paghi tanto, ma su quelli che scopri e che poi vanno bene. Anche se comunque professionalmente mi piace il grande pubblico. Voglio portare le storie, in differenti forme, a più orecchie, occhi e mani possibile».

DAI PODCAST AI LIBRI
Ma come funziona il lavoro di Michele? «Nella fase iniziale abbiamo comprato i diritti di alcuni libri che erano usciti o che stavano per uscire per farne delle serie audio», spiega. È stato il caso de La città dei vivi di Lagioia, da cui poi Chora ha tratto uno spettacolo teatrale, o de La disciplina di Penelope di Carofiglio. «Poi molti hanno iniziato a chiamarci per chiederci di comprare i diritti dei nostri podcast. E così ora stiamo soprattutto proponendo libri a partire dalle nostre serie. Quest’anno ne usciranno otto, un sacco», prosegue. «Io mi occupo di cercare autori e storie scalabili. Si lavora sempre con gli autori e con gli agenti che li rappresentano. Noi investiamo soldi e professionalità nel prodotto podcast e contribuiamo poi allo sviluppo della proprietà intellettuale. Il mio lavoro è cambiato più volte dentro Chora, perché sono cambiate più volte le esigenze editoriali».

Nel frattempo l’attenzione sui podcast è aumentata. Solo fino a un anno fa, dice Michele, non molti avevano chiarissimo nemmeno cosa fosse un podcast. Oggi le cose sono cambiate parecchio. Quello che ancora manca però è una vera cultura di massa, sostiene lui (e io sono d’accordo). «Abbiamo ricevuto diverse proposte di podcast anche da scrittori famosi che non rispondevano alle esigenze del formato. Per lo più sono persone non abituate ad ascoltare i podcast». Oltre a quella dei libri, un’altra direzione che stanno prendendo alcune serie di Chora è quella dell’adattamento in altre lingue, anche in collaborazione con società di produzione straniere.

NUOVI ORIZZONTI
Per ora invece in Italia, in generale, non si sono visti molti sviluppi sul fronte delle serie tv e del cinema (l’unico caso italiano per ora è l’adattamento di Veleno a docu-serie per Amazon). Ma sarei pronta a scommettere che le cose cambieranno presto.
Negli Usa i produttori cinematografici usano i podcast come banco di prova per valutare se determinate storie funzionano o meno. «Se fossi un produttore lo farei anche qui», commenta Rossi. «I podcast rispetto al cinema permettono di anticipare molto i tempi di produzione e di risparmiare sullo sviluppo. Inoltre contengono diversi livelli di scrittura, che si possono usare nell’adattamento in altri formati».

Faccio a Michele un’ultima domanda: fino a che punto lo sviluppo della proprietà intellettuale di un podcast può contribuire alla sostenibilità economica del podcast stesso? «I diritti hanno tempi lunghi, le royalties vengono pagate dopo circa un anno. Di sicuro lo sviluppo IP può avere un ruolo importante anche a livello economico. Ma è ancora presto per parlarne. Magari ti risponderò tra un anno, sotto tortura». 🙃

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