Quand’ero bambina ogni domenica mattina andavo a messa con mia nonna Maria Rosa, cattolica praticante convinta che una preghiera e un’offerta a Sant’Antonio possano risolvere più o meno tutti i problemi.
Ricordo ancora la noia, una noia così intensa che non riuscivo nemmeno a perdermi nelle mie fantasie. Mi sembrava che il tempo non passasse mai.
Eppure negli ultimi anni quasi ogni volta che entro in una chiesa, tra il profumo dell’incenso e i canti che ci insegnavano a catechismo, provo una specie di nostalgia per quella comunità di fedeli di cui non ho mai fatto davvero parte. Un po’ perché mi piacerebbe moltissimo credere, avere fede (che lusso, che liberazione!), un po’ perché i luoghi di ritrovo fisico scarseggiano e quella dei fedeli è una delle poche comunità rimaste, soprattutto per gli adulti.
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Per un numero crescente di millennial e Gen Z in Occidente la fede e il cristianesimo sembrano essere diventati (tornati?) cool. In un mondo in cui è sempre più difficile trovare qualcosa in cui credere, la spiritualità può offrire risposte, ma anche un senso di appartenenza.
È una spiritualità che adotta le forme pop e i codici social dei ventenni e dei trentenni. Più che una pratica religiosa, può diventare uno strumento di autodefinizione e di benessere personale.
Molti esempi vengono dalla Spagna. Penso al disco Lux di Rosalía, album che trabocca di spiritualità e che sulla cover ha una foto della cantante catalana vestita da monaca. Penso anche alla serie La Mesías de los Javis e al film Los domingos di Alauda Ruiz de Azúa. Nella prima, delle sorelle cresciute nel fanatismo religioso danno vita a un gruppo pop cristiano; nella seconda un’adolescente comunica alla famiglia di voler diventare monaca di clausura.
Ma per quanto riguarda l’universo digitale, l’interesse per i contenuti cristiani risulta evidente soprattutto fra i giovani statunitensi.
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Concentriamoci sui podcast.
Negli Usa quasi la metà della popolazione adulta ascolta contenuti audio religiosi (musica, sermoni, talk show). La radio ha ovviamente un ruolo centrale, ma tra gli ascoltatori dai 18 ai 29 anni l’87% usa piattaforme di streaming o app di podcast.

Uno dei podcast cristiani più ascoltati è The Bible in a Year di padre Mike Schmitz. Dal suo debutto nel 2021 ha totalizzato oltre un miliardo di download. Come dice il titolo, il podcast guida gli ascoltatori alla scoperta della Bibbia.
Dietro c’è Ascension Press, casa di produzione multimediale cattolica statunitense, che all’inizio del 2027 lancerà una versione del podcast per famiglie con bambini.
Ma nei mesi scorsi è stato Dominican Sisters Open Mic ad attirare più attenzione mediatica. Il suo debutto risale al febbraio 2026, e a condurlo è Sister Miriam Holzman, 44 anni, ex farmacista di Toronto. In ogni puntata la suora dialoga con una consorella a proposito di scritture, santi e vita quotidiana nel convento di Ann Arbor, in Michigan.
Il prodotto, registrato in uno studio accanto alla casa madre, è molto professionale. Lo realizza Openlight Media, la casa di produzione dell’istituto religioso, che su TikTok ha oltre 300.000 follower e quasi 9 milioni di like.
Tutti i post di Openlight Media sono clip video del podcast, che la rivista Cosmopolitan ha definito «l’angolo più felice e sano di internet». In una clip diventata virale, per esempio, ci sono Sister Miriam Holzman e un’altra suora che parlano della comune passione per l’ultimate frisbee, sport di squadra in cui ci si passa un frisbee per portarlo fino alla zona avversaria e fare punto.

Un altro podcast religioso molto chiacchierato, anche se piuttosto diverso dai due precedenti, è Girls Gone Bible, oltre 20 milioni di ascolti e live show partecipatissimi. Le host sono le curatissime e biondissime Angela Halili, 30 anni, e Arielle Reitsma, 36, ex attrici di Los Angeles che hanno raccontato di essersi convertite in un momento di crisi: Halili, ex alcolista, ha iniziato a pregare nel 2019 dopo un attacco di panico; Reitsma si è avvicinata alla chiesa dopo una rottura sentimentale molto dolorosa.
Il podcast, lanciato nel 2023, è seguito soprattutto da giovani donne ed è spesso descritto come la risposta conservatrice a Call Her Daddy di Alex Cooper: i punti di vista sono profondamente diversi, ma l’atmosfera è ugualmente informale, intima e confortevole e i temi sono simili (relazioni, sesso, insicurezze, ansia, dipendenze).
Insomma, non serve professarsi cristiane per ascoltare Girls Gone Bible: si può approdare lì perché si ha voglia di sentire due donne parlare di relazioni, sesso e insicurezze. E ritrovarsi, puntata dopo puntata, dentro una narrazione spirituale.
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Dall’Italia tutto questo potrebbe suonare un po’ insolito. Per capire meglio, bisogna considerare il ruolo che il cristianesimo ha nella società statunitense.
Negli Stati Uniti, sei adulti su dieci si dichiarano cristiani: il 19% è cattolico e il 40% protestante. Tra questi ultimi, quasi sei su dieci appartengono alla corrente evangelica.
Secondo i dati del Pew Research Center, ad ascoltare contenuti audio religiosi è il 76% degli evangelici bianchi e l’84% dei protestanti neri, contro circa quattro cattolici su dieci.
A differenza del cattolicesimo, il protestantesimo non ha un’autorità centrale. È un universo molto variegato, nel quale, soprattutto in ambito evangelico, alcune comunità si raccolgono attorno a pastori e altre figure carismatiche (hai presente il reverendo Eric Camden nella serie tv Settimo cielo?).
Inoltre, negli Stati Uniti una parte del mondo evangelico è strettamente legata alla destra repubblicana: identità cristiana, valori familiari e ruoli di genere funzionano spesso come marcatori politici.
Non a caso, nel 2024 Donald Trump ha preso il 62% dei voti dei protestanti, il 55% dei cattolici e il 64% di chi frequenta un servizio religioso almeno una volta al mese.
Il rapporto tra religione e politica passa anche dai media. Pensiamo alle elezioni presidenziali statunitensi del 2024: sono state soprannominate “podcast election” perché i podcast hanno offerto ai candidati, soprattutto a quelli di destra, un canale per raggiungere pubblici difficilmente intercettabili attraverso i media tradizionali.
Questo non implica necessariamente che esista una sinergia tra podcast cristiani e mondo repubblicano, né che i loro pubblici coincidano.
I dati del Pew Research Center suggeriscono però che i contenuti religiosi possano essere anche un veicolo di informazione e commento politico.Il 14% di chi ascolta contenuti audio religiosi indica l’attualità come motivo principale dell’ascolto, mentre il 40% la cita almeno come motivo secondario. Tra chi ascolta talk show religiosi, il 56% dice di sentire commenti politici o sociali almeno ogni tanto; il 16% degli ascoltatori ha donato a una causa o a un candidato dopo averne sentito parlare.
E poi c’è il caso di Halili e Reitsma e del loro podcast Girls Gone Bible.
Le due host evitano di parlare di politica. Eppure il 19 gennaio 2025, vigilia dell’inaugurazione del secondo mandato di Donald Trump, hanno aperto il “rally della vittoria” del presidente, e lo hanno fatto con una preghiera.
I critici sostengono che i loro contenuti siano al confine tra religione e politica e che contribuiscano a normalizzare le posizioni del movimento MAGA, l’ala più populista e nazionalista della destra statunitense.
È il punto, forse: un podcast che non ti chiede di dichiararti cristiana non ti chiede nemmeno di dirti di destra. Ma può contribuire a creare un terreno in cui certe idee finiscono per sembrare naturali.

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In Italia la faccenda è diversa. Il cattolicesimo, la confessione religiosa più diffusa nel Paese, ha una struttura fortemente gerarchica, e la Chiesa ha avuto un ruolo da protagonista nella produzione e diffusione di contenuti sul web.
Nel luglio 2025 il Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede ha organizzato a Roma il primo Giubileo dei missionari digitali e degli influencer cattolici, con oltre 1.700 partecipanti da 75 Paesi.
Sempre nel 2025 la Cei, la Conferenza Episcopale Italiana, ha pubblicato i Vangeli in formato podcast, ricordando che la fede nasce dall’ascolto.
Nel marzo 2026 il Servizio nazionale per la pastorale giovanile della Cei ha lanciato La fede senza filtri, podcast pensato per ragazze e ragazzi dai 15 ai 25 anni che mira a unire fede, quotidianità, psicologia e cultura giovanile.
Già nel 2022 la Fraternità di Comunione e Liberazione, associazione laicale di diritto pontificio, aveva prodotto con Chora Media Il senso religioso, 13 puntate in cui si ascolta la voce di don Luigi Giussani, registrata durante le lezioni agli studenti milanesi tra il 1978 e il 1985.
Nello stesso anno Vatican News e Radio Vaticana, rispettivamente il portale informativo multimediale della Santa Sede e la sua emittente radiofonica, avevano lanciato Le chiavi di Pietro, che in ogni puntata analizzava il mondo contemporaneo a partire da alcune parole di Papa Francesco (l’ultima puntata risale al luglio 2024).
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La differenza rispetto agli Stati Uniti non è soltanto nei contenuti, ma anche in chi li produce. Se molti podcast cattolici italiani nascono all’interno delle istituzioni ecclesiastiche, negli Usa accanto alle produzioni religiose tradizionali trovano spazio anche creator indipendenti che costruiscono il proprio seguito attraverso un rapporto diretto e personale con il pubblico.
Angela Halili e Arielle Reitsma, per esempio, non rappresentano un’istituzione religiosa. La loro autorevolezza nasce dalla familiarità che instaurano con le ascoltatrici di Girls Gone Bible, raccontando le proprie esperienze e condividendo dubbi e fragilità. Puntata dopo puntata, diventano presenze familiari, quasi delle amiche.
È il meccanismo alla base delle relazioni parasociali: un legame a senso unico che, per chi ascolta, può somigliare a un’amicizia. La voce del creator entra nella quotidianità, fa compagnia nei momenti di solitudine e offre consigli che possono essere percepiti come quelli di una persona intima.
Uno studio realizzato dalla società di ricerca SmithGeiger per Wondery rileva che negli Usa più di otto persone su dieci vedono il proprio creator o podcaster preferito come un amico. Tra questi, l’81% dice di fidarsi di questa persona quanto o più dei propri amici stretti; l’89% si fida della sua competenza sugli argomenti di cui parla.

Ma che cosa accade quando la familiarità viene scambiata per competenza? Chi ci garantisce che una persona di cui ci fidiamo, e che magari sentiamo vicina come un’amica, abbia davvero le conoscenze necessarie per affrontare certi argomenti?
La questione è particolarmente interessante perché, attraverso questi podcast, la fede sembra assumere anche i tratti ambigui dell’auto-aiuto.
Pew ha chiesto agli ascoltatori statunitensi perché ascoltano contenuti religiosi: il 62% perché li trova spiritualmente appaganti, il 51% perché li considera rilassanti o calmanti, il 39% perché offrono consigli di vita.

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I podcast religiosi possono insomma avvicinare al cristianesimo anche persone che inizialmente cercano soltanto una conversazione interessante, qualche consiglio o un po’ di compagnia. Ma mi sembra che offrano anche qualcosa che oggi è sempre più difficile trovare: una comunità di cui sentirsi parte, e quindi un modo per essere meno soli.
Che questa familiarità possa trasformarsi anche in uno strumento di influenza politica forse al pubblico nemmeno importa. Quello che conta davvero, probabilmente, è potersi cullare almeno un po’ nella sensazione di appartenere, finalmente, a qualcosa. Senza dover sopportare nemmeno la possibile noia della messa domenicale.


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