Questa non è un’audioguida

La scrittrice e poetessa Marlene van Niekerk suggerisce due modi per entrare nel labirinto dell’immaginazione di Marlene Dumas: al galoppo oppure gattonando come un leopardo. Lo scrittore Ivan Carozzi riporta questo consiglio all’inizio di Una specie di tenerezza, podcast di Chora Media in collaborazione con Palazzo Grassi che lui ha scritto e narrato. Il podcast ha anche una versione inglese (A sort of tenderness) e una francese (Une sorte de tendresse): l’adattamento della prima è stato curato da John Vincent, quello della seconda da Chloé Barreau.

Ho pensato: e io come sono entrata nel mondo di Dumas? Ammetto subito la mia ignoranza: è un’artista che non conoscevo. L’ho incontrata per la prima volta – fisicamente e soprattutto attraverso le sue opere – qualche giorno fa a Palazzo Grassi, durante un viaggio stampa. L’edificio veneziano ospita, fino all’8 gennaio 2023, la prima grande mostra personale di Dumas in Italia. È anche la prima mostra che Palazzo Grassi dedica interamente a una donna.

L’esposizione, voluta da François Pinault (uno dei maggiori collezionisti d’arte contemporanea nonché proprietario di Palazzo Grassi), è stata curata da Dumas stessa insieme a Caroline Bourgeois. Si intitola open-end, parola composta che tra le altre cose fa riferimento al lockdwon, al fatto che i dipinti di Dumas sono aperti a diverse interpretazioni, alla fluidità e alla malinconia del termine “fine”.

Sono oltre cento opere realizzate con olio su tela e inchiostro su carta dal 1984 a oggi. Provengono dalla Collezione Pinault, da collezioni private e da musei internazionali (nel secondo dei due episodi del podcast si racconta anche in che modo si organizza e si gestisce il trasporto di opere d’arte). Si tratta quasi sempre di figure umane. Dumas trae ispirazione da immagini provenienti da giornali, riviste o film oppure dalle Polaroid scattate da lei stessa. Nel suo lavoro la sfera intima si combina spesso con istanze sociopolitiche o fatti di cronaca.

C’è un giovane nudo che fissa il proprio pene in erezione (D-rection). C’è una rana crucifissa (The Crucifixion). Ci sono delle labbra seducenti (Lips) e delle labbra che mostrano i denti (Teeth). C’è il ritratto di Pier Paolo Pasolini (Pasolini) e quello di sua madre Susanna Colussi (Pasolini’s Mother). C’è il ritratto di Charles Baudelaire (Charles Baudelaire) e quello della sua amata Jeanne Duval (Jeanne Duval). Ci sono i ritratti di 38 uomini gay e bisessuali del XIX e XX secolo che hanno contribuito alla cultura mondiale (Great Men). C’è un migrante affogato (Canary Death). C’è una figura femminile galleggiante che richiama l’Ofelia shakesperiana (Red Moon). Ci sono delle prostitute in attesa che arrivi un cliente (The Visitor).

L’opera intitolata Lips e quella intitolata Teeth. Entrambe sono del 2018. Teeth è ispirata a una foto di Maria Callas

Mentre camminavo per i corridoi di Palazzo Grassi impugnando una matita e la guida con i testi di Dumas percepivo il mio stupore. Quelle opere così vive e potenti mi suscitavano un senso di piacevole stordimento. E anche una forte curiosità. Volevo saperne di più. Ed è qui che si innesta il discorso sul podcast (caso mai vi stesse chiedendo perché mi sono messa a parlare di arte contemporanea su Questioni d’orecchio). Il podcast è lo strumento perfetto per soddisfare quel tipo di curiosità, per accompagnare anche i visitatori meno esperti di arte nel mondo dell’artista, per dargli una profondità narrativa che la sola mostra non può avere.

«Abbiamo usato un nuovo format per raccontare una serie di contenuti che altrimenti non avrebbero trovato spazio, con l’idea di renderli fruibili in modo veloce, economico e diffuso (Una specie di tenerezza è disponibile su tutte le app di ascolto gratuite, ndr)», mi ha spiegato Clementina Rizzi, responsabile della comunicazione di Palazzo Grassi. Esiste il catalogo, certo (quello di open-end è edito da Marsilio Editori e Palazzo Grassi). Ma in genere si rivolge a persone che conoscono già il linguaggio artistico. «Per noi è importante che l’arte sia esplorata in tutti i suoi aspetti, che Marlene Dumas venga conosciuta in quanto artista a prescindere dalla mostra. Chiaramente invitiamo tutti a vedere la mostra. Ma questo è un messaggio di apertura: bisogna conoscere l’arte, interessarsi, scoprire chi è il personaggio che sta dietro, cos’ha fatto, perché gli è venuta in mente quella cosa, che origini ha».

Clementina Rizzi a Palazzo Grassi, tra due opere di Marlene Dumas: The Origin Of Painting (The Double Room), del 2018, e Time and Chimera, del 2020

Una specie di tenerezza ci porta nel paesaggio geopolitico e soprattutto mentale di Dumas, nata nel 1953 Città del Capo, in Sudafrica. Ci porta nella sua storia. L’artista, terzogenita di un viticoltore e di una casalinga, cresce in una tenuta agricola durante l’apartheid, il regime di segregazione razziale in vigore dal 1948 al 1991. A casa parla l’afrikaans, la lingua dei coloni di origine olandese. Ma per i titoli delle sue opere userà sempre l’inglese. Quando ha 12 anni suo padre muore e lei viene mandata in collegio. Poi studia belle arti, scopre l’arte concettuale e inizia a dipingere. Nel 1976, a 23 anni, si trasferisce per sempre ad Amsterdam grazie a una borsa di studio. Una volta lì guarda tutti i film e legge tutti i libri che in Sudafrica erano proibiti. Nei Paesi Bassi scopre anche la pornografia e inizia a studiare psicologia.

All’interno del podcast, il viaggio nella biografia e nei riferimenti sociali, morali e culturali di Dumas è arricchito dagli interventi di svariati ospiti. Nelle tre versioni i nomi in parte cambiano, mentre l’impianto narrativo realizzato da Ivan Carozzi rimane sempre lo stesso. Si può dire che sono tre contenuti differenti, con voci e argomenti originali. Nella versione italiana troviamo per esempio lo scrittore Walter Siti che parla di Pasolini, in quella inglese la scrittrice e giornalista Olivia Laing che parla di male gaze, mentre in quella francese ascoltiamo la curatrice di open-end Caroline Burgeois.

Una specie di tenerezza è una serie scritta da Ivan Carozzi e curata da Sara Poma. Le registrazioni in studio sono di Tommaso Simonetta per Smider Noise, di Francesco Ferrari per Frigo Studio, di Federico Slaviero per PM9 e di Cristiano Lellini per Kea Sound. I fonici di presa diretta sono Daniël van de Poppe, Marco Campana, Hugo Hannoun e Davide Debenedetti. L’editing delle interviste è di Francesca Bottenghi, le producer sono Anna Nenna e Monia Donati. Le musiche originali e il sound design sono di Lost Movie

«La vita di quest’artista così come il suo percorso contengono una serie di temi interessantissimi: la questione di genere, la storia e la storia della letteratura del ‘900, la morte, l’amore, il tradimento, il corpo. Temi estremamente attuali che volevamo affrontare attraverso le voci e gli interventi di protagonisti diversi, a partire dall’artista stessa che ci accompagna lungo i due episodi del podcast», mi ha detto Rizzi. «Marlene non ama parlare della sua arte senza che ci sia uno sguardo sull’opera. Ma quando le abbiamo raccontato il progetto le è piaciuto moltissimo, soprattutto nella scrittura. Le abbiamo trasmesso la nostra idea del podcast, il fatto che non fosse incentrato sulle opere ma sulla sua vita e sul suo sguardo».

Marlene Dumas a Palazzo Grassi durante un’intervista

In questo senso appare evidente anche la distanza tra il podcast e un altro prodotto audio legato ai musei: l’audioguida. «L’audioguida è un oggetto che esiste solo in mostra. L’ascolti solo se vuoi delle informazioni sulle opere che stai guardando», commenta Rizzi. «Noi volevamo aggiungere un livello in più, uno strumento che accadesse fuori dalla mostra». A differenza dell’audioguida, peraltro, il podcast non rappresenta un possibile elemento di disturbo della visita – come artisti e curatori intendono tutto ciò che distrae il visitatore quando è di fronte all’opera.

Una specie di tenerezza ovviamente non è il primo podcast legato a un museo, in Italia. Anche se probabilmente è il primo che, nello specifico, mira ad approfondire l’universo di un artista al centro di una mostra. Negli Usa i musei fanno podcast da circa 15 anni, come ha raccontato la giornalista Cinzia Dal Maso nei libri Branded podcast. Dal racconto alla promozione come “dare voce” ad aziende e istituzioni culturali a cura di Chiara Boracchi e Digital storytelling nel marketing culturale e turistico di Elisa Bonacini (pubblicati da Dario Flaccovio Editore rispettivamente nel 2020 e nel 2021). Per esempio, Distillations del Science History Institute di Philadelphia è nato nel 2008, per mettere in relazione le grandi scoperte scientifiche del passato con la storia presente. «Ma il boom è solo recente e dagli Usa è giunto anche in Italia. I musei hanno capito che con i podcast possono coinvolgere direttamente le persone, appassionarle davvero, farle riflettere e divertire al tempo stesso», spiega Dal Maso, direttrice di Archeostorie (think tank di professionisti della comunicazione dei beni culturali e della storia che da poco insieme a nwfactory.media ha realizzato per il Museo archeologico nazionale di Napoli Divina Archeologia Podcast).

«I podcast servono a promuovere un museo o una sua iniziativa all’esterno. Servono a spaziare su ogni tema partendo da uno spunto offerto dal museo e dai suoi oggetti. Servono anche a proiettare il museo sempre più nella contemporaneità, e a fargli assolvere il suo compito di “macchina per pensare” nella nostra società. E servono a far uscire il museo definitivamente dalle sue mura per entrare nelle case di ciascuno di noi. Ogni museo dovrebbe curare un universo audio, così come cura altri strumenti di comunicazione», osserva la giornalista. «E sono sempre più convinta che l’audio può essere anche la via imprescindibile verso la transmedialità alla Jenkins (Henry Jenkins, l’accademico e saggista statunitense che ha coniato l’espressione transmedia storytellingndr) a cui tutti noi tendiamo. Possiamo creare un mondo comunicativo fatto di mille strumenti e contenuti, e immergerci in tutto quel che vogliamo, ma siamo esseri umani e dalla voce sempre partiamo. E dalle storie. Quel che cerchiamo, in fondo, è sempre e inevitabilmente una storia raccontata bene. Che ci unisca tra noi, come ci univa un tempo attorno al fuoco».

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