Ascoltare la diversità 🌹

di Nadeesha Uyangoda*

Fare il punto sulla diversità e l’inclusione nel mondo dei podcast per quanto riguarda l’etnicità è particolarmente difficile — non abbiamo né numeri esatti né statistiche che si concentrino su questa specifica fetta di mercato. Basta dare una veloce occhiata a questo rapporto di Nielsen sulla situazione negli Stati Uniti per capire che mancano i dati per impostare un’analisi puntuale dalle nostre parti.

Dunque quello che posso fare per tentare di raccontarvi a che punto siamo è partire dall’esperienza di Sulla Razza, che è stato il primo podcast in Italia a trattare la questione razziale. Ideato nel 2020, la prima stagione è uscita a partire dalla prima metà dell’anno successivo. Realizzarlo non è stato semplice, sebbene il progetto trattasse una tematica allora di tendenza.

C’erano già una manciata di show che toccavano l’argomento: possiamo nominare Vabbè Podcast (conversazioni di due afroitaliani su tutto e niente) o Radici (un racconto della giornalista Cristina Giudici sui nuovi italiani – quest’ultima espressione è anche il titolo di una produzione Rai Radio 1). Sulla Razza si colloca su un piano diverso: è un podcast divulgativo che nasce indipendente e con l’idea di portare dietro il microfono e all’interno della produzione soggetti razzializzati (dalla scrittura, alla registrazione, passando per l’illustrazione).

La maggior parte dei podcast sull’argomento che sono arrivati successivamente sono stati realizzati all’interno di format consolidati (Equalitalk-Razzismo made in Italy di Irene Facheris con Bellamy), o molto più spesso commissionati da organizzazioni/associazioni vicini alla tematica (Parole nuove di OIM o Ci cadono le braccia! di CRIC con il contributo dell’UNAR).

Avvicinare i brand ai podcast, per renderli economicamente sostenibili ma gratuitamente fruibili, non è invece semplicissimo, farlo per un podcast sulla questione razziale lo è anche di meno. La sensazione è che un brand possa accettare di investire su un prodotto di questo genere quando c’è un ritorno di valore in termini di immagine. Il che avviene quasi sempre quando la diversità è immediatamente visibile — ma la diversità, da un punto di vista meramente estetico, è del tutto assente nel podcasting tradizionale.

Questo, secondo me, fa sì che a sponsorizzare le conversazioni sulla questione razziale siano i brand che hanno già sviluppato una sensibilità al tema o abbiano implementato azioni volte a combattere le discriminazioni razziali (come nel caso di Juventus con Sulla Razza). La necessità di vedere la diversità, unita a una convergenza tra podcast e video, porterà forse le aziende a preferire i vodcast che trattano i temi della razza (lo ha già fatto Spotify con New G) piuttosto che i classici podcast.

Ho aperto questa riflessione lamentando la mancanza di dati perché fa sì che quando si propone un podcast sulla marginalità a un produttore, la risposta possa essere «Ne abbiamo già uno, non c’è mercato per un altro, non sarebbe abbastanza appetibile nel nostro catalogo». Il problema però non è l’assenza di un mercato, ma che il mondo del podcasting — come tutti i rami della produzione culturale — tende a omologare la narrazione ai gusti di chi ne fa parte, riducendo o azzerando gli spazi di identificazione per chi vive i margini.

*Nadeesha Uyangoda è autrice del libro L’unica persona nera nella stanza (66thand2nd, 2021), con cui ha vinto diversi premi, e ideatrice e conduttrice di Sulla Razza (Juventus / Undermedia), un podcast che traduce parole e concetti sulla questione razziale dal contesto angloamericano alla società italiana. Ha scritto e scrive per media nazionali e stranieri e Collabora con L’Ufficio Reti e Cooperazione Culturale del Comune di Milano.

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