L’imprenditore, che si appresta a comprare Twitter, vuole che sulla piattaforma ci sia più libertà d’espressione. Intanto Spotify, dopo il caso Joe Rogan, limita la visibilità dei contenuti borderline

 

«Free speech is the bedrock of a functioning democracy, and Twitter is the digital town square where matters vital to the future of humanity are debated». («La libertà d’espressione è il fondamento di una democrazia funzionante, e Twitter è la piazza digitale dove si dibattono questioni centrali per il futuro dell’umanità».)

Elon Musk ha annunciato con queste parole la chiusura dell’accordo per l’acquisto di Twitter. Fra qualche mese la società diventerà di proprietà dell’imprenditore sudafricano, che l’ha comprata per 44 miliardi di dollari.

La notizia ha generato preoccupazione. Musk, l’uomo più ricco del mondo, si è dimostrato una persona imprevedibile. Spesso si è comportato in modo eccentrico, talvolta irresponsabile. In passato alcuni suoi tweet hanno fatto crollare il valore delle azioni di Tesla (società che ha co-fondato e che guida lui stesso).

In parte il nervosismo ha a che fare proprio con l’insistenza di Musk sul free speech (il cinquantenne si è definito un «assolutista della libertà d’espressione»). A inizio aprile l’imprenditore aveva comprato il 9,2% delle azioni di Twitter. Qualche giorno dopo aveva detto: «Da quando ho fatto quell’investimento ho realizzato che la società nella sua forma attuale non prospererà né servirà l’imperativo sociale della libertà d’espressione. È necessario che diventi privata».

Musk è convinto che i social network non dovrebbero rimuovere i commenti che, pur risultando offensivi, rispettano la legge. In una recente conversazione con Chris Anderson, il capo di TED (organizzazione non profit che ha l’obiettivo di diffondere idee di valore), Musk ha detto che, qualora gli utenti segnalassero un tweet in quanto riprovevole e i moderatori umani di Twitter avessero dei dubbi su come giudicarne il contenuto, «nel caso si trattasse di un’area grigia quel tweet dovrebbe continuare a esistere».

Perché vi parlo di Twitter? Perché l’imminente acquisto dell’azienda da parte di Musk e la visione che Musk ha del free speech sollevano una serie di quesiti relativi alla moderazione dei contenuti che anche Spotify si trova ad affrontare in relazione ai podcast.

Qualche mese fa Spotify è stata oggetto di critiche e boicottaggi a causa della sua gestione di The Joe Rogan Experience (ne avevo scritto qui). Joe Rogan, il conduttore del podcast, negli anni ha dato spazio a diversi personaggi controversi (tra gli ospiti c’è stato anche Elon Musk – in un’occasione l’imprenditore ha fumato una canna insieme a Rogan). Alcune delle persone intervistate hanno fatto dichiarazioni offensive nei confronti di minoranze varie. Altre hanno riferito notizie false senza venire contraddette.

È stato il caso di Robert Malone. Lo scorso gennaio l’intervista di Rogan al medico, che ha elencato una serie di falsità sui vaccini anti Covid, ha scatenato forte indignazione, da più parti. Soprattutto nei confronti di Spotify. La società, che ha pagato Rogan 200 milioni di dollari per distribuire il suo podcast in esclusiva, ha deciso di non agire. E si è giustificata dicendo che la sua scelta deriva dal fatto che è una piattaforma e non l’editore di Rogan – giustificazione che, secondo me, non sta in piedi. Successivamente Spotify ha però preso dei provvedimenti. Innanzitutto ha aggiunto una specifica etichetta a tutti i contenuti relativi al Covid, affiancandoli a link che rimandano a informazioni affidabili.

La novità più interessante però è di pochi giorni fa e riguarda quell’«area grigia» a cui accenava Musk. L’azienda ha iniziato a ridurre e limitare la discoverability di contenuti borderline (ossia podcast contenenti informazioni fuorvianti, ma non così gravi da giustificarne la rimozione). Ma cosa significa «ridurre e limitare la discoverability»? Significa che i contenuti in questione appaiono come ultimi risultati nelle ricerche e che non possono venire promossi o inseriti tra le raccomandazioni.

Tra gli episodi di podcast penalizzati ce ne sono anche alcuni di Joe Rogan. Per esempio, provate a cercare “joe rogan vaccines” nella barra di ricerca di Spotify. Vedrete che fra i primi risultati non ci saranno episodi di The Joe Rogan Experience dove si parla di vaccini, ma episodi di ALTRI podcast che parlano degli episodi di The Joe Rogan Experience dedicati ai vaccini.

Per i contenuti audio, in particolare, la moderazione dei contenuti appare ancora piuttosto complicata. Valerie Wirtschafter e Chris Meserole della Brookings Institution hanno messo insieme alcuni suggerimenti importanti.La moderazione dei contenuti è un tema molto delicato, su cui le piattaforme sbattono la testa da tempo. E il modo in cui la moderazione dei contenuti è gestita da ogni singola piattaforma è frutto non solo di investimenti economici (che si concretizzano, per esempio, nell’adozione di determinate tecnologie o nella creazione di squadre di moderatori umani). È anche la conseguenza di scelte editoriali.

  1. Le app di podcasting devono sviluppare politiche più sfumate e trasparenti per le tipologie di contenuto che gli utenti possono scaricare e riprodurre.
  2. Le app di podcasting dovrebbero inoltre avere linee guida chiare per le tipologie di podcast che l’app stessa raccomanderà.
  3. Le app per podcast dovrebbero costruire misure più robuste per permettere agli utenti di fare segnalazioni.
  4. Oltre a migliorare la segnalazione degli utenti, alcune app di podcasting potrebbero sperimentare sistemi di votazione e di commento.
  5. I regolatori dovrebbero richiedere alle app di podcasting di esplicitare quali sono le loro politiche di moderazione dei contenuti. Le politiche dovrebbero essere facilmente comprensibili e includere esempi o chiarimenti su come saranno interpretati i termini ambigui.
  6. Le app per podcast dovrebbero anche essere obbligate a rivelare pubblicamente e in modo trasparente dettagli di alto livello sulle loro pratiche di moderazione dei contenuti, così come il loro processo di revisione. Inoltre, le app dovrebbero essere tenute a pubblicare linee guida chiare su come contestare una decisione di moderazione
  7. Le app di podcasting dovrebbero essere tenute a dichiarare il contenuto che i loro algoritmi di raccomandazione stanno amplificando maggiormente, così come i dettagli di base su come funzionano questi algoritmi.
  8. La pubblicità rappresenta la principale fonte di entrate per l’ecosistema del podcasting, ma ci sono pochissime linee guida relative alle informazioni finanziarie nel podcasting. I regolatori potrebbero delineare chiari processi di rendicontazione finanziaria per le serie di podcast (almeno per quelle che generano un certo reddito o hanno un pubblico vasto).

L’obiettivo di Wirtschafter e Meserole è quello di «incoraggiare una moderazione dei contenuti responsabile, senza però restringere indebitamente la libertà di espressione».

Il tema del free speech negli Usa è molto più sentito che in Italia. Il diritto alla libertà d’espressione è sancito dal primo emendamento della Costituzione statunitense (in Italia è racchiuso nell’articolo 21 della Costituzione). Ed è anche per questo che se ne sta parlando parecchio in relazione a Twitter.

L’acquisto dell’azienda da parte di Elon Musk ha creato una forte polarizzazione. I conservatori e tutti coloro che si lamentano del fatto che «non si può più dire niente» vedono positivamente l’approccio di Musk alla libertà di espressione. Molti altri invece temono che i progressi fatti negli anni sul fronte della moderazione dei contenuti vengano cancellati e che fake news, discorsi d’odio e commenti offensivi riprendano il sopravvento.

La questione riguarda i podcast non soltanto sotto l’aspetto della moderazione dei contenuti. Ma anche perché Twitter è attivo nel mercato dell’audio. Ci sono gli Spaces e qualche mese fa è emerso che l’azienda stava testando un’integrazione dei podcast nella piattaforma.

Joe Rogan ha chiarito che, se dovesse venire censurato al punto da ritrovarsi a «camminare sulle uova», lascerebbe Spotify. Chissà che la nuova casa del suo podcast non possa diventare proprio Twitter, dove ha 8,6 milioni di follower. Il podcaster ha definito Musk «super intelligente» e si era detto eccitato dall’idea che potesse comprare Twitter.

Nel frattempo è emerso che, al contrario di quanto si potesse pensare, le recenti controversie hanno fatto guadagnare a Rogan parecchi ascoltatori su Spotify. Due milioni.
In barba alla moderazione dei contenuti.

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