Dietro ogni album, ogni canzone, c’è una storia. Che riguarda non solo gli autori, le voci che portano in musica esperienze di vita riflessioni universali, ma anche il contesto in cui brani e dischi vengono pubblicati. La musica come filtro per osservare la realtà e cogliere aspetti dell’umanità.

Il podcast, a differenza della radio che punta alla divulgazione delle uscite musicali, è il format perfetto per il racconto di quello che può essere definito il “dietro le quinte” del panorama musicale. Anche perché nei podcast è rarissimo poter ascoltare brani musicali famosi per intero. Per una questione di diritti: anche se si volesse utilizzare uno spezzone di un contenuto – come aveva spiegato l’avvocato Alessandro Vercellotti ad Andrea – bisogna passare attraverso il consenso del produttore, del cantante, se non coincide con l’autore, e della casa discografica. E poi ci sono gli altri diritti connessi a quello che semplicemente chiamiamo copyright.

Insomma, in Italia diventa quasi impossibile far ascoltare hit musicali. Salvo qualche caso, come Soundalike – Questa l’ho già sentita (🎧 sulle app free). Il podcast di Antonio Visca e Cristiano Macrì, prodotto da One Podcast, analizza somiglianze e differenze tra canzoni, citazioni e campionamenti più o meno dichiarati, facendo ascoltare alcuni frammenti e risuonando “live” i passaggi chiave per capire in quali casi si può davvero parlare di plagio. Le puntate sono ricche di spezzoni di brani musicali noti di artisti come Bon Jovi o i Pet Shop Boys. Tutto è stato fatto nel rispetto dei vari diritti, assicura Visca: «Per quanto riguarda il contenuto musicale del podcast, usiamo sempre brevissimi estratti delle canzoni, e spesso Cristiano suona e canta alcuni brani, sempre solo per qualche secondo, allo scopo di spiegare e approfondire qualche argomento particolare. Anche per Soundalike, come per tutti i podcast che stiamo producendo, il contenuto parlato resta quindi di gran lunga prevalente rispetto alla musica ed alle canzoni, per l’utilizzo delle quali, in ogni caso, abbiamo accordi con tutte le principali collecting sia per i diritti d’autore sia per i diritti connessi».

Oltreoceano la situazione è diversa. Nel format Song Exploder (🎧 sulle app free) ogni canzone è sezionata parte per parte: l’ascoltatore scopre, dal testo agli elementi sonori, il processo creativo di un singolo. In ciascun episodio l’host e ideatore, Hrishikesh Hirway, ospita uno o più musicisti: sono loro a raccontare la gestazione della canzone dalla prima ideazione fino al momento conclusivo della registrazione in studio. E di ospiti noti, provenienti dalle più svariate scene musicali, con un occhio sempre attento alle uscite di qualità, ne sono passati diversi nello studio del podcaster: dal maestro dei suoni horror, John Carpenter, alla cartoon-band dei Gorilazz fino a Bjork. Artisti che aprono lo scrigno delle loro più intime emozioni da cui scaturiscono i brani analizzati. Un podcast per gli amanti di musica passato anche al video: Netflix ne ha prodotto un adattamento in docu-serie dove sono stati analizzati, tra gli altri, pezzi storici come Losing My Religion dei R.E.M o uscite più recenti, ma significative, come Love Again di Dua Lipa. Ma il podcast si presta anche al taglio documentaristico, come nel caso di The Definitive Story of Joy Division & New Order (🎧 Spotify Apple Podcasts), splendido audio-documentario sulla storia delle due band mancuniane con interviste esclusive a Bernard Sumner, Stephen Morris, Gillian Gilbert Peter Hook. 

Anche Giorgio Valletta, storica firma del magazine musicale Rumore, nel corso della sua esperienza di cronista e critico ha raccolto numerose interviste. Molte sono state registrate negli anni Ottanta e Novanta sui vecchi (ma ora tornati in auge) nastri delle audiocassette. Che Giorgio ha rispolverato per il podcast Forgotten Tapes (🎧 Spotify | Apple Podcasts), prodotto da Radio Raheem. Ogni episodio ritrae artisti fondamentali in momenti altrettanto fondamentali. Musicisti che avrebbero fatto la storia di quegli anni, e non solo, colti ed intervistati poco prima della loro esplosione sulla scena musicale mondiale. Gente come Aphext Twin, il “Mozart” della musica elettronica, o Geoff Barrow che, nella puntata a lui dedicata, risale all’origine del suono dei Portishead, osservando il loro mondo attraverso una lente cinematografica. A Valletta non interessano solo gli aspetti strettamente musicali, ma anche quelli contestuali: sono interviste che ritraggono album, emozioni, periodi della storia. «Il progetto – racconta Giorgio a QdO – è nato da un ritrovamento di vecchie cassette su cui avevo registrato interviste realizzate sia per Radio Flash di Torino sia per la rivista Rumore, con cui tuttora collaboro».

Il giornalista Giorgio Valletta durante la registrazione di Forgotten Tapes

Le cassette sono state digitalizzate: il suono pastoso, a volte gracchiante e analogico delle tapes è diventato materia prima per il formato audio più contemporaneo del momento, il podcast. Racconta Valletta: «In quei tempi la cassetta era l’unico mezzo su cui si poteva registrare la parola e il telefono l’unico modo per comunicare con gli artisti a distanza. Per me è stato un tuffo nel passato per ricordarmi come si viveva trent’anni fa». Nelle puntate di Forgotten Tapes non si ascoltano i brani musicali, per i motivi di cui sopra, ma le musiche originali, che creano un’atmosfera, non mancano. Sono state create da Dario Moroldo. Ed essendo Raheem una radio, a ogni episodio narrativo è affiancata una playlist musicale con i brani trattati nella narrazione. Valletta sulla web-radio milanese conduce anche un programma radiofonico, «una panoramica sul presente musicale dove preferisco mettere più musica e parlare meno». «Vorrei che nelle radio ci fosse maggiore spazio per la narrazione, per il racconto di artisti e scene», aggiunge il giornalista di Rumore.

Ed è in questo incrocio di storytelling, interviste e analisi critica il ruolo del podcasting musicale rispetto ai programmi radiofonici.

«Il format del podcast è in tutto e per tutto diverso, in termini concettuali e formali da qualsiasi idea di programma radiofonico. In Italia spesso i due mondi sono confusi nel risultato e molti dei podcast che ascoltiamo sono più vicini a qualcosa che sembra venire da una radio che a quello che dovrebbe essere un podcast. In termini formali il podcast è più vicino a un libro pop up, a un’opera di multimedialità, cioè multiforme, che include sonorizzazione, parola, jingle, audio in presa diretta o registrato, ciò che arriva dagli archivi». L’opinione è di Giulia Cavaliere, stimata giornalista musicale, autrice del libro Romantic Italia. Di cosa parliamo quando cantiamo d’amore (Minimum Fax, 2018) e dell’omonimo podcast (🎧 sulle app free), curato con Sara Poma e prodotto da Storie Libere. Il suo è un viaggio alla scoperta dei dischi che hanno fatto la storia della musica italiana. E del modo di cantare l’amore. Il primo episodio è dedicato a Sotto il Segno dei Pesci di Antonello Venditti, contestualizzato nel periodo storico di uscita. In questo caso, il rapimento di Aldo Moro. Giulia, servendosi di registrazioni di trasmissioni dell’epoca, cala i dischi nella realtà del periodo dimostrando come la musica abbia sempre rappresentato, e lo sia tuttora, un filtro attraverso cui leggere la realtà o la storia. Un nuovo modo di raccontare la musica, come spiega Cavaliere elencando le caratteristiche che rendono un podcast come il suo uno strumento di crescita del giornalismo musicale: «L’approfondimento, la divulgazione, la parola scelta con cura senza bisogno di attenersi ai giochini dei clickbait e del seo, la restituzione del peso narrativo ed emotivo al racconto musicale che è qualcosa di sempre più necessario».

La giornalista Giulia Cavaliere con in mano l’album dei Pooh Opera Prima

Storie Libere produce un’altra chicca del podcasting musicale italiano, L’Audionario (🎧 sulle app free), scritto e condotto da Francesco del Gratta, ex producer di Mtv, che lega città o paesi a scene musicali specifiche. Una mappa geografica musicale che traccia un viaggio sonoro dalla Parigi dei Daft Punk a Firenze, patria della new wave negli anni Ottanta.

Il taglio documentaristico avvolge anche due podcast dedicati a esponenti di spicco della musica italiana. Con Big! (🎧 sulle app freeColapesce e Dimartino hanno creato un diario sonoro in cinque episodi che racconta la settimana più frenetica della musica italiana, quella precedente la loro esperienza a Sanremo nel 2021, vissuta da chi per la prima volta si è approcciato alle dinamiche del circo mediatico sanremese. Dagli episodi fuoriesce il lato umano dei cantanti, le loro fragilità e aspettative, ma anche i suoni che caratterizzano i luoghi attraversati. «Sono convinto – racconta a QdO Giacomo De Poli, direttore di LifeGate Radio – che l’audio sia uno strumento perfetto per raccontarsi perché è diretto e immediato e perché lascia tanto spazio all’immaginazione di chi ascolta. Quando abbiamo proposto il progetto a Lorenzo e Antonio (e ai rispettivi manager) non li conoscevamo, non avevamo nemmeno sentito il brano. Tra tutto i nomi in gara ci piaceva l’idea di raccontare la loro storia perché li reputiamo degli artisti di grande talento».

E gli ascoltatori hanno scoperto anche l’umanità e i rapporti familiari di Maurizio Carucci, leader della band Ex-Otago, protagonista del podcast Vado a trovare mio padre (🎧 sulle app free), un viaggio lungo 1.300 chilometri che il frontman ha affrontato in compagnia dell’amico e cuoco Massimo Martina, anche lui legato, per uno strano segno del destino, a quegli stessi luoghi: dalla Val Borbera, dove entrambi hanno deciso di stabilire la propria attività, alla Puglia, dove sono nati i loro rispettivi padri, fra Taranto e Copertino. Un documentario affascinante per taglio narrativo e presa sonora. Suoni colti in presa diretta per portare l’ascoltatore, con le orecchie e l’immaginazione, nei posti raccontati: «In generale quando bisogna documentare (o audiodocumentare) la cosa più importante è riuscire a cogliere dal vivo fatti unici e irripetibili mentre stanno accadendo, farlo in un secondo momento risulterebbe posticcio: devi esserci e devi essere pronto a registrare», racconta Marco Rip, audio-documentarista che ha lavorato insieme a De Poli ai due podcast.

La musica offre suoni e storie da ascoltare anche quando si preme stop alla riproduzione su Spotify o si posa il vinile nella sua copertina. E si ascolta un podcast.

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